L’IDEOLOGIA DELL’IDENTICO

L’IDEOLOGIA DELL’IDENTICO

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L’ideologia dell’Identico si materializza al giorno d’oggi sotto i nostri occhi nel fenomeno della mondializzazione. Abbiamo già avuto l’occasione di parlarne qualche anno fa, ma sentiamo il bisogno ritornarci, poiché la mondializzazione – detta anche globalizzazione – costituisce ormai, che lo si voglia o meno, lo sfondo della nostra storia presente. Resa possibile dal crollo del sistema sovietico e dal rapido sviluppo dei mezzi di comunicazione elettronica, la mondializzazione rappresenta un processo di unificazione progressiva della Terra. Ma non si tratta di un’unificazione qualunque. Quella che si realizza sotto i nostri occhi opera all’interno della logica del capitale e dell’ideologia del mercato. In altri termini, la Terra tende ad unificarsi sotto forma di un grande mercato. Il mercato è per definizione il luogo in cui le differenze sono neutralizzate, attraverso la riduzione a più o meno grandi quantità di quell’equivalente universale che è il denaro. Il mercato trasforma tutto in merce, mentre, al contrario, ciò che non può essere trasformato in merce sfugge al mercato. Con la mondializzazione i paesi sviluppati passano dalla società con mercato alla società di mercato. Ciò significa che interi frammenti della vita umana che in precedenza erano fuori controllo, a partire dalle produzioni artistiche e culturali, sono ormai inclusi nel mercato, mentre, parallelamente, il modello di mercato si interiorizza nelle coscienze, portando poco a poco con sé una reificazione generalizzata dei rapporti sociali.

È chiaro che non è la sinistra “cosmopolita” ad aver portato a compimento la mondializzazione, essendo questa piuttosto opera del liberalismo. È quest’ultimo ad aver facilitato e poi accompagnato il compimento della tendenza secolare del capitalismo a diffondersi sempre di più – non avendo il mercato altri limiti che se stesso. Il capitalismo si è così rivelato più efficace del comunismo nell’abbattere le frontiere, mettendo di fronte a una dolorosa alternativa coloro che lo combattevano ieri in nome di un ideale internazionalista. Le conseguenze di questa mondializzazione commerciale senza regole, senza controllo e direzione, di questa macchina che avanza sola travolgendo tutto al suo passaggio, sono ben note. Si tratta innanzitutto della tendenza all’omogeneizzazione planetaria, all’uniformazione degli stili di vita e dei comportamenti tramite una generalizzazione di un modello antropologico che riporta l’uomo alla sua dimensione di produttore-consumatore. La mondializzazione tende alla monocultura mondiale, che sfocia in un imperialismo che non ha nemmeno il coraggio di dire il suo nome, poiché l’espansione planetaria del mercato corrisponde all’imposizione unilaterale dello stile di vita occidentale al mondo intero. E che sfocia inoltre in una propaganda pubblicitaria in scala planetaria in favore di un ideale di vita ridotto al consumo e al divertimento, propaganda cui si aggiunge il discredito di ogni modello alternativo, la celebrazione ossessiva dell’ordine costituito da parte di un sistema mediatico il cui principale piacere consiste nell’auto-contemplazione davanti allo specchio messo lì dal sistema stesso, e infine, la creazione, acceleratasi dopo gli avvenimenti del 11 settembre scorso, di una sorta di Panopticon planetario: è l’avvento della società di controllo e di sorveglianza totale.

La mondializzazione significa, ancora, l’abolizione del tempo e dello spazio. Tutto succede e si moltiplica ormai in “tempo zero”, ovvero immediatamente. Gli attentati di New York e di Washington sono avvenuti nello stesso momento in tutte le televisioni del mondo, gli scambi commerciali si effettuano in pochi secondi da un angolo all’altro del pianeta, la minima crisi locale investe immediatamente il mondo intero. Lo spazio è abolito alla stessa maniera. I territori perdono ogni giorno di più un po’ della loro importanza. Le frontiere non arginano più nulla – né le informazioni, né i programmi, né i segni o i simboli, né i flussi finanziari, né le merci o le migrazioni umane – perdendo così il ruolo che era stato loro per secoli, ovvero quello di garantire la permanenza delle identità e delle culture.

Parallelamente, la distinzione tra “interno” ed “esterno” perde efficacia. È particolarmente significativo, per esempio, che le forze di polizia debbano oggi sempre di più far fronte a situazioni di tipo militare, mentre le forze militari fanno guerre che ci vengono presentate come operazioni internazionali di polizia. Ciò significa che la mondializzazione fa sparire le differenze tra interno ed esterno. Nella misura in cui le frontiere non arginano più nulla, la mondializzazione consacra l’avvento di un mondo senza esterno, un mondo che per definizione non ha nulla sopra di lui – ovvero di una tirannia globale che non è limitata da nulla.

La mondializzazione segna in questo modo l’entrata nell’epoca postmoderna: impotenza sempre maggiore degli Stati-nazione, recupero d’importanza delle comunità locali e delle logiche continentali, indebolimento delle organizzazioni di massa a favore delle reti. Il mondo unificato non ha più centro né periferia, ed è questo il motivo per cui sarebbe ingenuo cercare un “direttore d’orchestra” della mondializzazione. La mondializzazione non dipende da nessuno anche se in parte – ma solo in parte – è sinonimo di americanizzazione, e coloro stessi che ne approfittano di più ne sono gli strumenti, gli agenti, piuttosto che le menti. Trasformata dalla logica del capitale, essa funziona come la tecnoscienza, secondo la sua propria logica e le sue proprie dinamiche: la sua sola esistenza è all’origine del suo sviluppo. In una tale situazione, ogni punto del pianeta diventa in qualche modo centro e periferia di per se stesso. Le grandi società industriali, i cartelli di narcotrafficanti, le mafie e le organizzazioni criminali funzionano secondo lo stesso modello della delocalizzazione e della dispersione. Nel mondo delle reti, la logica disgiuntiva del sistema è una logica di tipo virale. I virus che colpiscono i computers, le epidemie attuali (dall’AIDS alla mucca pazza, dall’afta alle nuove malattie infettive), le minacce di guerra batteriologica, l’azione di organizzazioni terroristiche implicate nella guerra delle reti: tutto ciò fa capo ad uno stesso modello, tipicamente postmoderno, di logica virale.

Ma la mondializzazione è anche il suo contrario. Più mette in atto l’unificazione, più accresce la frammentazione. Più mette in atto il globale, più favorisce il locale, secondo un classico movimento dialettico. Ma attenzione: se la globalizzazione distrugge le identità nel momento stesso in cui fa sorgere il desiderio di mantenerle o di farle rinascere, quelle che resuscita non sono le stesse identità di ieri. La mondializzazione fa sparire le identità organiche, integrate, equilibrate, per restituirle il più delle volte reattive, convulsive e contratte. L’ascesa del radicalismo islamico, il fiorire di irredentismi, la comparsa di un neoterrorismo globale sono alcuni degli aspetti tra gli altri. Conosciamo la massima che riassume questa dialettica: «Jihad vs. McWorld». Tale massima ci pone di fronte al problema di sapere cosa fare nel momento in cui rifiutiamo “McWorld” senza per questo scegliere “Jihad”.

È chiaro a questo punto che si deve ridare coraggio alla sfida identitaria. Dopo la libertà e l’uguaglianza, l’identità sta diventando la grande passione degli anni a venire. La libertà e l’uguaglianza sono state in passato negate da poteri dittatoriali di tipo classico. L’identità, invece, diventa tanto più problematica quanto più l’ideologia dell’Identico si diffonde. Ma anche qui bisogna prestare attenzione. L’identità è al giorno d’oggi tanto un problema che una soluzione. Infatti, se c’è domanda di identità, è soprattutto perché le identità si sono dissolte, perché non si reggono più da sé. Opporre l’identità alla mondializzazione non può dunque limitarsi a ripetere uno slogan, ad accontentarsi di una parola-feticcio. Anche le identità ereditate diventano oggi identità scelte, innanzitutto perché il loro contenuto è sempre più vago, e poi perché le identità al giorno d’oggi sono efficaci solo quando scegliamo e decidiamo di riconoscerci in esse.

Piuttosto che accontentarsi di invocare l’identità, si tratta dunque di definirla e di darle un senso, di spiegare perché essere portatore di un’identità piuttosto che di un’altra permette di giustificare un modo di vedere, di pensare e di vivere non paragonabile ad altri. L’identità non è mai statica, ma dinamica. Non è il passato, ma piuttosto il modo in cui immaginiamo e ricostruiamo il passato. Complessa, fragile, sempre emergente, essa è una narrazione, scrive Paul Ricoeur, che definisce l’identità narrativa come la capacità di ricostruire continuamente il passato per rendere il presente più coerente e per proiettarsi nel futuro. Allo stesso modo, l’identità non è un’essenza, ma una sostanza. Non è ciò che si oppone al cambiamento, ma ciò che permette di restare se stessi cambiando continuamente. Infine, lungi dall’essere una proprietà isolata, è indissociabile da una relazione, il che significa che è sempre riflessiva, poiché non ci si costruisce che in rapporto all’altro. Ed è questo il motivo per cui non si può pensare l’identità rimanendo in una logica del bunker o dell’etnocentrismo: la costruzione di sé non può fare a meno dello scambio con l’altro. La mondializzazione segna forse la fine delle identità territoriali, ma non certo la fine delle identità tout court, e ci chiede così uno sforzo enorme per dare loro un nuovo contenuto.

All’ideologia dell’Identico bisogna infine contrapporre il principio di diversità. Un principio trae forza dalla sua stessa evidenza. La diversità del mondo costituisce la sua unica e vera ricchezza, essendo essa artefice del bene più prezioso: l’identità. I popoli, così come le persone non si equivalgono. Dire che nessuno vale più degli altri non significa dire che sono tutti sono uguali – l’Identico in vesti diverse –, ma che sono tutti diversi. La tolleranza, se questa parola ha ancora un senso, non consiste nel guardare l’Altro per vedere in lui l’Identico, ma nel capire ciò che lo costituisce in quanto altro, ovvero nel cogliere l’alterità, realtà irriducibile ad ogni “comprensione” che si basi su una semplice proiezione di sé. L’imperativo che deriva da questo principio è semplice: bisogna fare di tutto per non trasmettere ai nostri figli un mondo meno differenziato, quindi meno ricco, di quello che abbiamo ereditato.

Non si tratta tuttavia di cadere nell’idealismo. Il differenzialismo non impedisce i giudizi di valore, non più di quanto condanni ad un relativismo che ignora la verità. Evita solo di restare in bilico in una posizione astratta, di porsi come istanza dominante (perché “universale” o “superiore”) in virtù della quale sarebbe possibile, se non necessario, imporre agli altri popoli un modo di essere che non gli appartiene. Tuttavia, le identità possono fronteggiarsi, certe differenze possono affermarsi a spesa di altre. Naturalmente, in un’occasione simile è normale che si difenda per prima la propria appartenenza, ma una cosa è difendere la propria identità contro un abuso o un’aggressione (colonizzazione, immigrazione etc.), altra è invece considerare che l’unica identità ad avere un valore sia quella di cui si fa parte. Nel primo caso il principio di diversità non è messo in causa, mentre nel secondo caso lo è.

Non si tratta nemmeno di passare da un estremo all’altro privilegiando ciò che è differente al punto di dimenticare ciò che è comune. Sosteniamo semplicemente che la differenza è più importante. È più importante, innanzitutto, perché è essa che specifica, che definisce l’identità, è essa che fa di ogni persona o di ogni popolo un essere insostituibile. È più importante, in secondo luogo, perché l’appartenenza all’umanità non è mai immediata, ma al contrario è sempre mediata: si è umani in quanto si appartiene ad una delle culture o delle collettività costitutive dell’umanità. È più importante, infine, perché è a partire dalla singolarità che si può accedere all’universalità, e non il contrario, che significherebbe dedurre da un universale posto a priori un’idea astratta della singolarità. Ogni esistenza concreta è così indissociabile da un contesto particolare, da una o più appartenenze specifiche. Ogni appartenenza è sicuramente una restrizione, ma è una restrizione che ci libera dalle altre. Il sogno dell’incondizionato non è che un sogno.

C’è evidentemente una contraddizione tra l’omogeneizzazione planetaria e la difesa della causa dei popoli, che implica il riconoscimento ed il mantenimento della loro pluralità. Non si può difendere contemporaneamente l’ideale di un mondo unificato e il diritto dei popoli a disporre di se stessi, poiché nulla ci garantisce che ne dispongano nel senso di questo ideale. Allo stesso modo, non si può difendere da una parte il pluralismo come legittimazione e rispetto delle differenze, continuando dall’altra a desiderare l’uguaglianza delle condizioni, che ridurrà tali differenze. Infine, e soprattutto, se sulla terra non ci sono che uomini “come gli altri”, per quale motivo proclamare i diritti imprescrittibili dei singoli individui? Come celebrare contemporaneamente ciò che ci rende singolarmente insostituibili e ciò che ci renderebbe virtualmente intercambiabili? Certo, si può sempre eludere tali domande con delle formule acrobatiche, come ad esempio «l’uguaglianza nella differenza», ma espressioni di questo tipo non hanno alcun senso: non fanno pensare ad altro che ad una differenza indifferente. Non si può sostenere il diritto alla differenza pensando che ciò che lega gli uomini all’Identico sia più profondamente costitutivo della loro identità sociale di ciò per cui si distinguono gli uni dagli altri.

L’incommensurabilità delle persone o delle culture non è sinonimo di incomunicabilità. Essa implica solo il riconoscimento di ciò che le distingue in modo irriducibile. L’ideologia dell’Identico aspira alla trasparenza totale, ma tutto ciò che riguarda la società implica sempre una zona d’ombra. Una società nella quale non ci sarebbero che uomini “come gli altri” sarebbe una società in cui gli individui sarebbero diventati interscambiabili, al punto che la scomparsa o l’eliminazione di uno di essi, dal punto di vista della società globale, avrebbe un’importanza relativa. La differenza è inoltre un fattore di resistenza, e dunque di libertà. Se gli individui e i popoli fossero fondamentalmente uguali, o se fossero totalmente plasmabili, sarebbero molto più minacciati dalle propagande e dai condizionamenti. Il riapparire continuo della loro diversità, e il profondo polimorfismo della specie umana, mostrano invece che essi sono antropologicamente resistenti ai modelli omogeneizzanti.

La concomitanza di un presente fatto di angoscia e frustrazione, di debolezza ed esclusione, e di un futuro pieno di minacce di ogni sorta, la crisi delle ideologie moderne e delle religioni salvifiche, la paura del caos sociale, e infine lo spettacolo della dissoluzione progressiva delle identità collettive, costituisce sicuramente una miscela esplosiva. Con la mondializzazione entriamo in un’epoca che non dice più nulla sugli obiettivi della vita sociale, entriamo in un modo di rapportarsi al reale che mette la comunicazione al di sopra del suo contenuto di verità, entriamo in una prospettiva in cui ogni logica che non sia economica o morale è messa da parte. La mondializzazione è senza fine? Naturalmente nessuno può rispondere a questa domanda, ma si possono se non altro fare alcune constatazioni. La prima è che il sistema mondializzato rimane un sistema altamente vulnerabile, proprio a causa della sua stessa estensione e del carattere globale della sua portata. In un sistema siffatto ogni cosa si ripercuote su ogni altra. Il minimo choc, la minima disfunzione, non rimangono circoscritti all’ambiente circostante, ma si propagano istantaneamente in tutto il sistema – e tanto più velocemente, come si è visto recentemente, quanto più l’asimmetria delle forze in campo subentra al rapporto di forze tendente all’“equilibrio”.

La seconda constatazione è che la globalizzazione fornisce anche i mezzi per combatterla. Le reti sono infatti un’arma che permette di mettere in relazione tra loro gli spiriti ribelli dispersi in ogni angolo della Terra. Il declino degli Stati-nazione libera le energie alla base, crea nuovo spazio per la democrazia partecipativa, moltiplica le possibilità di azione locale autonoma. Favorendo la riapparizione della dimensione politica del sociale che le grandi macchine statali avevano a lungo occultato, esso favorisce contemporaneamente l’applicazione ad ogni livello del principio di sussidiarietà, che è uno dei modi migliori di rimediare alla tendenza attuale della globalizzazione. Asimmetria delle forze: non investire nel globale, ma opporre le reti alla macchina, il virus al sistema, il locale al globale.

Infine, non dimentichiamoci che la storia, lungi dall’essere “finita”, è sempre aperta. Lo è oggi molto di più di quanto non lo fosse ieri, nella misura in cui siamo entrati con ogni evidenza in un periodo di transizione. Nessuno aveva previsto uno solo dei grandi avvenimenti cui abbiamo assistito a partire dalla caduta del Muro di Berlino. Tuttavia, il sistema dei media non fa che ripetere che viviamo nel migliore dei mondi possibili, o addirittura nel solo mondo possibile, che non c’è alternativa, e che ogni tentativo di cambiare regole o norme non potrebbe far altro che peggiorare le cose. È a questa grande menzogna, di fronte alla quale tanti, troppi si sono già arresi, che bisogna rispondere, provando che invece un’alternativa è sempre possibile.

Gli spiriti ribelli sono sempre esistiti. Ma il mondo attuale riserva loro un posto del tutto particolare. All’epoca della modernità, il ribelle appariva in ritardo rispetto al rivoluzionario. Oggi che la modernità è agli sgoccioli, egli riconquista completamente il suo posto. La mondializzazione, come ho detto, fa della Terra un mondo senza esterno, che non si può più attaccare dal di fuori. Un mondo siffatto è destinato non tanto all’esplosione, quanto alla depressione implosiva. La mondializzazione consacra l’avvento delle reti, la cui influenza si propaga come un virus. Il ribelle si confà a questo mondo, proprio perché anima delle reti diffonde le sue idee in modo virale.

In un mondo che tende all’omogeneo il ribelle, infine, rappresenta la singolarità stessa. In un mondo sempre più conformista, egli è l’anticonformismo stesso. In un mondo destinato alla trasparenza totalitaria, egli è un punto oscuro, un soggetto che ha saputo rimanere reale in un mondo di oggetti virtuali, un insorto per antonomasia in un mondo destinato alla sorveglianza totale, uno straniero che potremmo escludere di diritto in nome della lotta contro l’esclusione se lui stesso non si fosse escluso a priori. Ecco perché il futuro appartiene al pensiero ribelle, a quel pensiero che segue e traccia confini inediti, disegna una nuova topografia, prefigura un mondo diverso. La storia non è mai finita, rimane aperta. È sempre imprevedibile. Ecco perché non bisogna mai abbassare la guardia di fronte a ciò che ci aspetta, di fronte a ciò che riusciamo solamente a presagire e intravedere, ma non a prevedere.

(II e ultima parte)

Alain De Benoist

fRIEz

fRIEz è un Blogger e un informatico di lunga data in ambito sistemistico, server, reti, internet. È esperto di Bitcoin, criptovalute, mining, tecnologia blockchain e masternode. È sostenitore dell'hacking etico, ha sviluppato competenze professionali nell'attacco e difesa di sistemi informatici. --- --- --- “Il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Il Ribelle inoltre è molto determinato a difendersi non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento.” ERNST JÙNGER

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