IL POTERE DEL DOLLARO È IN CRISI? IL PIL CINESE SUPERERÀ QUELLO USA NEL 2030

IL POTERE DEL DOLLARO È IN CRISI? IL PIL CINESE SUPERERÀ QUELLO USA NEL 2030

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l “biglietto verde” è ancora dominante? Il dollaro è ancora la moneta più rilevante in circolazione a livello globale. Questa supremazia è destinata a durare? E, se sì, per quanto tempo ancora, alla luce non solo delle altre valute di riferimento ma anche del crescente ricorso a cripto-assets come beni rifugio e mezzi di pagamento?

Una crisi che non arriva mai

La crisi imminente del dollaro fu annunciata per la prima volta da Robert Triffin nel 1960. Sono passati più di sessant’anni e la valuta americana mantiene ancora il suo primato. Certo, l’egemonia monetaria degli Stati Uniti ha subito una graduale erosione: la quota del dollaro nelle riserve valutarie internazionali è caduta progressivamente nell’arco degli ultimi vent’anni, dal 71% del 2001 al 59% del 2021 (FMI). A intaccarne la supremazia sono stati prima l’euro, dalla nascita fino alla crisi del 2010-12, poi altre valute, fra cui principalmente lo yuan cinese (Figura 1). Ciononostante, la moneta USA tiene più dell’economia americana, e l’economia più del commercio: il dollaro è ancora usato per denominare più del 40% dei pagamenti internazionali (SWIFT), seppure gli Stati Uniti rappresentino ormai soltanto il 25% del Pil mondiale e l’8% delle esportazioni globali (Banca Mondiale).

Figura 1. Quota delle principali valute nelle riserve globali

(valori %)

Fonte: IMF

L’ambiguità dei segnali dà luogo a interpretazioni di segno opposto, fra chi torna a predire una fine imminente e chi insiste sulla lentezza con cui si avvicendano le monete egemoni, evocando i movimenti dei ghiacciai – che peraltro, in tempi di cambiamento climatico, non sono certo epitome di resilienza.

La supremazia del “biglietto verde”: una lunga storia

Per capire se e quanto la supremazia del dollaro sia destinata a durare, conviene ripercorrerne per sommi capi la storia. Esattamente cent’anni fa, con la Conferenza di Genova del 1922, si inaugurò un nuovo sistema monetario internazionale, il gold exchange standard, che affiancava all’oro, troppo scarso, le valute estere convertibili in oro, da usarsi come strumento di riserva e di regolamento: fu allora, nei dorati anni Venti, che i biglietti verdi cominciarono a inondare il mondo, per rifinanziare i debiti di guerra, la ricostruzione e lo sviluppo.

Lo schema fu ripetuto, in maniera più governata e più grandiosa, alla fine della Seconda guerra mondiale, quando una nuova ondata di dollari prese la forma non soltanto di investimenti, ma anche di donazioni (con il Piano Marshall) e sempre più di spesa militare (con le guerre in Corea e poi in Vietnam). Il deflusso continuo di dollari dagli Stati Uniti alimentò i boom postbellici dell’Europa occidentale e del Giappone, ma compromise la convertibilità del dollaro in oro, inducendo il presidente Nixon a dichiararne la sospensione nel 1971. Sembrò la fine della fortuna globale di una moneta che era stata accettata proprio in ragione della sua equivalenza con l’oro – e, in effetti, il dollaro si svalutò e l’inflazione prese a correre. Invece, fu un nuovo inizio.

La liberalizzazione finanziaria, promossa dal presidente Reagan negli anni Ottanta, ridusse le pressioni inflative sui mercati delle materie prime, offrendo alla sovrabbondanza di dollari uno sbocco alternativo sui mercati dei capitali. E l’aumento dei tassi d’interesse, orchestrato dal governatore della Fed, Paul Volcker, consentì agli Stati Uniti di diventare il principale attrattore di capitali a livello globale. Cominciò a prendere forma, in tal modo, l’attuale paradossale versione dell’egemonia monetaria, in cui la moneta chiave è tanto più forte (in termini di diffusione globale) quanto più debole (in termini di competitività) è l’economia dell’emittente: in effetti, l’accumulazione di riserve in dollari in tutto il mondo è semplicemente il riflesso dei deficit di bilancia dei pagamenti americani (Figura 2).

Figura 2. Riserve in dollari e debiti esteri USA
(milioni di dollari)

Fonte: IMF e BEA

Attenzione alla Cina e alle valute digitali

Si è detto che il dollaro resiste per mancanza di alternative e che, parafrasando Churchill, il dollaro è la moneta peggiore, ad eccezione di tutte le altre. Ma da che cosa dipende la capacità di una moneta di assolvere alla funzione di strumento di riserva e di regolamento internazionale? Essenzialmente da quattro caratteristiche dell’emittente:

1.      le dimensioni della sua economia, o meglio le sue esportazioni nette, che offrono l’opportunità di spendere la sua moneta;

2.      la liquidità dei suoi mercati dei capitali, che offrono l’opportunità di investirla;

3.      la solidità e la credibilità delle sue istituzioni, che ne stabilizzano il valore;

4.      la sua potenza militare, che ne può imporre l’uso.

Su tutti e quattro i fronti, il primato degli USA è minacciato. Il Pil cinese è ormai il 70% di quello americano ed è destinato a superarlo nel 2030. Le esportazioni cinesi superano già quelle americane di oltre il 60%. Ma, soprattutto, se guardiamo alle esportazioni nette, gli Stati Uniti registrano un saldo negativo sin dal 1976 (BEA). Certo, il dollaro è usato per fatturare anche merci che non escono dagli Stati Uniti. Tuttavia, a seguito della pandemia e delle conseguenti restrizioni, le catene del valore si stanno accorciando: e meno commercio globale implica meno domanda di moneta globale.

A ben vedere, ciò che sostiene il valore del dollaro sui mercati internazionali è la capacità degli USA di vendere, non beni e servizi, ma debiti. Forse non il più invidiabile dei primati. Ma anche qui c’è un potenziale rivale: l’Europa. Come ha mostrato l’emissione di eurobond per il finanziamento di NextGeneration EU, esiste sul mercato una forte domanda di safe assets europei. Se solo l’Europa riuscisse a emetterne una quantità maggiore (costituendo una compiuta unione fiscale o, più facilmente, un’agenzia del debito europea), potrebbe creare una forte concorrenza ai titoli del tesoro americano.

Sul piano della solidità, gli Stati Uniti il peggior nemico di se stessi. La presidenza Biden ha mostrato tutta la fragilità. I piani di quantitative easing e la ripresa dell’inflazione gettano un’ombra inquietante anche sulla credibilità della FED. L’unico pilastro ancora solido sembra essere quello militare. Anche qui, però, assistiamo a un paradosso. Come conferma l’attuale pericolosa escalation con la Russia attorno all’Ucraina, la forza di contrapposizione bellica americana ricorre sempre più all’arma delle sanzioni economiche, la cui applicazione passa in ultima istanza per il controllo sulle transazioni internazionali in dollari attraverso il sistema SWIFT. Il dollaro è trasformato, così, in un’arma… a doppio taglio. Infatti, quanto più gli Stati Uniti impiegano quest’arma per operazioni di polizia internazionale, tanto più inducono i propri nemici a ricorrere a mezzi di pagamento alternativi, indebolendo il ruolo globale del dollaro.

Mentre vacillano i pilastri tradizionali dell’egemonia monetaria, si paventa poi una minaccia nuova e forte: la concorrenza delle valute virtuali, a cominciare da Bitcoin. Fino adesso, l’uso dei cripto-asset è stato perlopiù confinato a scopi speculativi, Nell’ultimo anno con l’ingresso di Mastercard, Visa e Paypal nel mondo cripto, insieme a grandi aziende come Tesla, stanno diventando beni rifugio, perché non vengono intaccate dall’inflazione a differenza delle valute fiat come dollaro, sterlina euro etc.

Criptovalute di seconda generazione, le cosiddette stablecoins, proprio in ragione della loro stabilità, potrebbero emergere come valide alternative. Tuttavia, nella misura in cui restano ancorate al dollaro, non ne costituiscono un vero sostituto e tantomeno una minaccia alla sua egemonia. Anzi, potrebbero addirittura rafforzarla, dal momento che richiedono la copertura in dollari. L’unico tentativo di creare una stablecoin ancorata a un paniere di valute (che aveva qualche chance di riuscire, potendo contare su un bacino potenziale di oltre 2 miliardi di utenti in tutto il mondo) è stato bloccato sul nascere e il promotore, Facebook, ha dovuto ripiegare sul dollaro.

La vera sfida può venire dalle monete digitali emesse dalle banche centrali di altri Paesi (CBDC, Central Bank Digital Currencies): lo yuan digitale, già in fase avanzata di sperimentazione per essere presentato al mondo con le ormai prossime Olimpiadi invernali di Pechino, e l’euro digitale, oggetto di un piano pluriennale di sperimentazione da parte della BCE, proprio in quanto valute digitali potranno varcare più facilmente i confini rispetto ai loro corrispettivi fisici, affermandosi come mezzo di regolamento internazionale anche per i pagamenti al dettaglio. È qui che gli USA rischiano di rimanere indietro, giacché la FED si è mostrata sinora riluttante a considerare l’ipotesi di un dollaro digitale e si è limitata a pubblicare tardivamente uno scarno studio teorico.

Un sistema monetario per un mondo multipolare

Non mancano, dunque, i fattori che potrebbero accelerare l’abbandono del dollaro come moneta di riserva, facendone scendere la quota sotto il 50% in meno di altri vent’anni. Ma non è detto che la fine dell’egemonia monetaria americana segni l’avvento di una nuova egemonia. Già nel 2009 il governatore della banca centrale cinese aveva avanzato la proposta di creare una moneta internazionale, distinta da ogni moneta nazionale, non basata sull’oro, ma su un paniere di materie prime, sul modello dei piani elaborati da Keynes alla fine della Seconda guerra mondiale come forma di “disarmo finanziario”. Sarebbe certo un sistema monetario più adatto a un mondo multipolare che intenda promuovere una nuova globalizzazione, non di squilibri e tensioni, ma di prosperità e pace.

Fonte qui

fRIEz

fRIEz è un Blogger e un informatico di lunga data in ambito sistemistico, server, reti, internet. È esperto di Bitcoin, criptovalute, mining, tecnologia blockchain e masternode. È sostenitore dell'hacking etico, ha sviluppato competenze professionali nell'attacco e difesa di sistemi informatici. --- --- --- “Il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Il Ribelle inoltre è molto determinato a difendersi non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento.” ERNST JÙNGER

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